27/12/2003
Film di Natale
Roy Menarini scrisse: Rieccomi, cari amici. Il silenzio è dovuto alla riflessione natalizia - oggi la chiamiamo così. In breve, tuttavia, vale la pena ricordare la povertà di queste festività cinematografiche. Da patriota, ho fatto lo sforzo di vedermi Pieraccioni e l'ho trovato non solo esile e puerile, ma persino irritante. Voglio dire: a che serve chiamare Angie Cepeda - ammirevolissima in "Pantaleon" - per poi lasciarle un ruolo da ragazza bikini qualunque? Non molto meglio, peraltro, il cinema americano. La guerra degli australiani la vince Peter Weir, che almeno con "Master and Commander" ha fatto un film quadrato e avventuroso in pieno stile Curtiz; invece Jane Campion prende uno di quegli scivoloni che fanno venire il dubbio di essersi sempre sbagliati su di lei. "In the Cut" è sbagliato da cima a fondo, è privo di qualsiasi chimica, non è né thriller né autoriale, e si limita a sbruciacchiare qualche colore a margine inquadratura per dare un'impressione "arty". Peccato, anche per Meg Ryan, che conferma di non essere attrice in grado di fare altri ruoli al di fuori della commedia (ricordate l'imbarazzante "Baci, Bugie, Bambole, Bastardi"?). Infine malino anche "La macchia umana", dal bellissimo testo di Philip Roth, che Benton trasforma in un plumbeo film d'amore senile e di cui disperde le sottotrame americanologiche (quasi del tutto). E poi: Hopkins afroamericano? Andiamo...di menarini at 15:37:12
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22/12/2003
In ritardo, volevo commentare le ultime puntate di "Dawson's Creek". Si tratta, come molti sanno, di una serie televisiva che - almeno nelle prime due stagioni - ha costituito la versione deluxe di "Beverly Hills 90210". Lo spleen adolescenziale, mescolato a una certa forma di cinefilia, veniva intelligentemente amministrato dalla penna di Kevin Williamson. Questi, sceneggiatore di "Scream" e dei nuovi puzzle-horror contemporanei, aveva trovato nei primi tempi una vena nostalgica di una certa levatura. Non eravamo di fronte a "Un medico tra gli orsi", per intenderci, ma come serie adolescenziale funzionava molto bene. Poi, in seguito, la serie si è persa lentamente in una deriva infantile piuttosto deludente. Il finale della sesta e ultima stagione, pur contenendo incomprensibili cadute (la morte inopinata e gratuita di Jen, la menata sull'omosessualità a Capeside) ha ritrovato qualche energia. L'idea che Dawson diventi scrittore televisivo e produca Dawson's Creek, ribadendo l'autobiografismo metatelevisivo di Williamson, non era malaccio. Peccato solo che, per puro divertimento, Williamson abbia voluto unire alla fine la bella Joey - ovvero la bellissima, altro che bella, Katie Holmes - con un personaggio sfiatato come Pacey, gettando all'aria il cerchio perfetto che avrebbe costruito il trionfo, lungamente rimandato, del rapporto Dawson/Joey. Una cattiveria, che peraltro denega l'unico motivo per cui gli spettatori - come il sottoscritto - vedevano ormai "Dawso'ns Creek": srotolare la tela di Penelope in attesa che il demiurgo - prima o poi- coronasse l'amore tra i due. Non c'è più religione. Perché allora guardare la televisione se nemmeno lì i sogni si avverano?
Roy Menarini
di menarini at 16:39:02
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