25/01/2004
Il signore degli anelli
E' finita la Trilogia. Niente da fare. Non riesco a convincermi del valore di quest'opera. Sono abbastanza intelligente da evitare commenti sprezzanti e ironici e da riconoscre quanto meno la funzione "miliare" di un processo cinematografico di questo tipo che - come ha già scritto qualcuno - ricorda le produzioni epiche di Griffith o I Nibelunghi di Lang. Il problema è proprio questo, secondo me. LOTR non è stato in grado di far corrispondere alla grandiosità del progetto una visione assoluta del cinema. E' riuscito a creare un mondo unico e impermeabile, eppure dittatoriale e arbitrario. Temo fortemente che il cinema di LOTR sia a rischio di obsolescenza, tanto a livello figurativo (intesi anche gli effetti speciali) quanto a livello stilistico, dove la furia iconoclasta di Peter Jackson è solo un lontano ricordo. I tolkieniani al gran completo sono in disaccordo con me e questo è normale. Io non riconosco a Tolkien un posto di riguardo nella letteratura del Novecento, e non riconosco al fantasy una grande dignità artistica. Voglio dire che ho tutto il diritto di affermare che l'iconografia di LOTR è brutta, ferocemente brutta. Non c'entra il fatto che mi paccia o no l'epica, o che sia portato o meno alle saghe. Quei cieli, quei castelli, quei volti, quei mostri, quegli occhi celesti stucchevoli sono esteticamente brutti. Su questo non cedo di un millimetro. Dopo di che, certamente, ammetto le mie lacune, le mie limitatezze in quanto a fanciullesco abbandono nel fatato universo che il cinema - ancora una volta medium principale di un evento - ha saputo costruire. E' la prima volta che mi accade di non comprendere l'importanza storica di un film di questa levatura e di questa presa popolare. Sappiamo bene che il box office e l'arte non vanno sempre nella stessa direzione, ma in Titanic, Star Wars, ET, Via col vento si scorge - oltre al tintinnio dei dollari - una forza cinematografica che non si può ignorare. Qui no. O almeno è così che la penso io.di menarini at 17:36:45
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24/01/2004
Tulse Luper
E' difficile riuscire a prendere una posizione netta su "Le valigie di Tulse Luper". Voglio dire: è passato ormai il tempo nel quale ci si sentiva in colpa a parlare male di Greenaway. Ma è passato anche il tempo in cui si doveva parlare male di Greenaway a tutti i costi. Però mi sembra evidente che questo artista è in parabola discendente. Quel che aveva intuito lo ha ormai sorpassato, a cominciare dall'abbattimento intermediale di tutte le arti a proseguire con lo sperimentalismo narrativo intorno al Novecento e alla sua postmodernità. Con tutto questo "Tulse Luper" non è da buttare via, anzi. E' pieno di suggestioni, teorie, paradossi, elementi di interesse intellettuale, e, riuscendo a rimanere svegli, qualcosa rimane. Purtroppo ciò che forse i cinefili non amano - forse anche io, a dire la verità - è quella sensazione che il cinema non c'entri nulla, che lo schermo sia solo un oggetto di deposito dell'arte greenawayana, che ogni tecnica superi un'estetica. Il che andrebbe bene, se non fosse che l'opera di Greenaway, nel suo complesso, è teatro, sempre teatro, niente altro che teatro. E' quello il mezzo espressivo che contiene tutti gli altri, a prescindere dal supporto scelto. E anche "Tulse Luper" è teatro + cinema più Internet + romanzo + pittura, ma al primo posto sta il teatro. E' ciò che lo distingue da von Trier, una volta di più. Comunque, per concludere, "Tulse Luper" è il contrario di "Kill Bill". In Tarantino è tutto cinema, è solo cinema, è pura forma e pura superficie cinematica. In Greenaway non c'è cinema, è niente cinema, è pura profondità anti-cinematica. Forse è interessante per questa lontananza siderale...di menarini at 15:00:52
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23/01/2004
Qualche prima visione
Roy Menarini scrisse: Dopo qualche giorno di riflessione, ho deciso che "21 grammi" non è un buon film, e che, sebbene non meriti l'accanimento di alcuni colleghi (Film Tv, per esempio) non merita difese armate. Come ho detto su "Radio Popolare" (per chi vuole, ogni giovedì ore 14.35 durante "Patchanka"), è straordinario come Inarritu sia meno consapevole della propria creatura di quanto lo siano gli attori. Penn, del Toro, Watts e persino Charlotte Gainsbourg (meravigliosa, come sempre) interpretano perfettamente le viscere della storia: sono eccessivi, gigioni, enormi, paradossali, sofferenti come deve essere ogni mélo smarginato e spudorato. Invece, il regista ci tiene a farci sapere che è un grande artista, e alambicca quella insensata struttura temporale - davvero senza un perché o un motivo di piacere testuale. Di pancia e di testa è più difficile che di lotta e di governo. Ci riesce solo Von Trier, c'è poco da fare. Pessimo davvero "Abandon", con una storia dove non succede praticamente nulla se non la noiosa vicenda di una giovane psicopatica da college (Katie Holmes, ahilei) che si sente perseguitata da un passato oscuro. Il sottotitolo italiano "Misteriosi omicidi" è da denuncia. Debole anche "E' già ieri" di Manfredonia con Albanese. Il film rimarrà nella memoria solo come esempio di remake italiano (o europeo, se si preferisce) di un successo hollyeoodiano. L'inconsueto ribaltamento finisce qui, anche perché Bill Murray (di "Ricomincio da capo") è meglio di Albanese. Quest'ultimo, da esperto e teorico del comico quale è, dovrebbe comprendere l'importanza del corpo per un attore della sua levatura. Il suo arrotondamento, negli ultimi anni, lo ha privato di espressività e anche il corpo più sferico non è lo stesso, strepitoso, degli esordi, dove riusciva a lavorare sulla struttura allungata e sulla pancia prominente. Inoltre, non ha ancora capito che - come la Guzzanti - funziona solo in Tv. Peccato.di menarini at 10:48:56
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22/01/2004
Corea e Giappone
Roy Menarini scrisse: Era un po' di tempo che volevo parlare di alcuni film orientali recuperati su satellite. Dunque, i coreani - che da un po' di anni sono all'avanguardia nella riscrittura dei generi cinematografici - mostrano alti e bassi. "H" di J. Lee non esprime un gran che di nuovo, soprattutto per chi ha visto i film di Kurosawa Kiyoshi ("Cure" soprattutto). Anche qui il serial killer riesce a colpire attraverso una specie di "virus omicida" a metà tra ipnosi e dannazione. La cura della messa in scena è, al solito, molto raffinata, ma solo alcune sequenze vagamente sanguinose alimentano l'interesse dello spettatore. Di tutt'altra pasta, invece, "Sympathy for Mr. Vengeance" di Park, un esempio di cinema di genere e d'autore insieme implacabile, torturante e completamente inedito. Non racconto la storia se non per dire che si tratta di due poveracci che rapiscono una bambina per pagare un'operazione (nocciolo mélo) innescando un'ecatombe feroce che stritola i protagonisti fino alla fine del film. E' un'opera disperata e lucidissima, che consiglio a tutti. Concludo con i famigerati "Ju-On: Rancore". Sky sta trasmettendo i due film della serie televisiva (del 2000, se non erro), anche se le guide tv annunciano i film del 2002 e 2003. Shimizu, infatti, il regista, ha girato prima le due opere televisive poi un film per il cinema e infine un seguito cinematografico, tutti concentrati su spiriti e fantasmi "rancorosi" che infestano case dove sono avvenuti fatti orribili. Shimizu, inoltre, sta per girare il remake del remake in America, sotto la produzione di Sam Raimi. E' tutto molto intricato, ma a ben vedere esemplare. Mezzo mondo sostiene che "Ju-On" è una serie pessima, che scopiazza da "Ring" e altro cinema spettrale. Gli altri - me compreso - lo trovano davvero pauroso, con soluzioni di messa in scena assai ardite (i fantasmi si muovono in luoghi claustrofobici, lontani da tradizioni gotiche e animiste, la loro comparsa è ottenuta con soluzioni linguistiche interessanti, il lavoro sul suono è eccezionale). Ciò dimostra che l'originalità di per sè non significa nulla e che l'imitazione smaccata della bambina di "Ring" non oscura un buon film, anzi mette in luce le catene formali e imitative di cui tutto il cinema si nutre. Del resto, "Ring" era già debitore di "Scream" (per la morte a bocca aperta" e di "Videodrome" per la vhs), per cui...di menarini at 12:20:54
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19/01/2004
FFF 2004 parte II
Sul programma: è evidente l'orientalizzazione del festival, il che non è di per sé male, ma non limiterei alle retrospettive l'osservatorio sull'animazione americana e occidentale. Tonnellate di anime e cartoon giapponesi hanno un senso se si chiamano "Tamala 2010" (deliziosamente delirante) o "Parasite Dolls" (buon vecchio cyberpunk, ormai pura nostalgia), meno se si tratta di "Laputa" in Betacam. Buono l'omaggio a Kon Satoshi - vista la forza di "Tokyo Godfathers", la piacevolezza un po' ruffiana di "Millennium Actress", la stramba ribalderia di "Memories", almeno nell'episodio space-opera, dove per "opera" si intende la lirica. Harryhausen, sia pure inficiato da pellicole così così e senza uno straccio di sforzo per sottotitoli elettronici, mi ha riportato a ricordi infantili di polli giganti, bruchi lunari, seleniti in tuta marrone, giganti e nani, statue viventi: non erano figure mitizzate dall'infanzia, erano proprio così! Il che conferma la mia ipotesi sulla generazione di Lucas e Burton: crescere a peyote e Harryhausen ha avuto, oltre che qualche conseguenza, anche una sua coerenza. Infine, molto interessante Plympton, che è più un disegnatore che un animatore e che dovrebbe limitarsi ai cortometraggi. I lunghi, ancorché godibili e irriverenti, stancano presto. Comunque un mezzo genio, che disegna troppo e soffoca una qualità altrimenti altissima. Saluti.19/01/2004
FFF 2004
Roy Menarini scrisse: eccomi dunque a parlare del FFF 2004. Il festival ha compiuto sei anni. E li ha compuiti malino. In ordine direi: 1) Il cinema Capitol, come notato l'anno scorso, è inadeguato. Non ha atrio. Il festival è a gennaio. Le file si fanno all'aperto. L'equazione è sufficientemente chiara? 2) La trovata dell'anno - ovvero che tutti, stampa compresa, dovessero acquistare i biglietti per l'intera giornata entro le 11 di mattina - è stata prevedibilmente un fiasco. Il festival più stancante della mia vita (ed era nella mia città) mi è costato in totale 13 ore e 50 min. di file, senza poter mai cambiare idea sulla visione di un film, e quindi frustrando ogni filosofia da mostra. Inoltre ho perso vari film poiché dovevo restare in fila decenni, a causa della lentezza delle uniche 2 casse al lavoro. Non ci voleva molto a prevederlo. 3) Il festiva era un deserto. Sale semivuote. Figure barbine di fronte agli ospiti. Se mi vengono a raccontare di 30.000 accessi, lo dico subito, non crederò a una parola. Urge immediata riflessione (e - ma questo vale per tutti i festival - una lezione di cortesia a direttori, collaboratori e personale di sala).di menarini at 11:40:53
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18/01/2004
Serie
Roy Menarini scrisse: In attesa di una sintesi critica del FFF 2004, giusto due note di saluto a "CSI: Miami", la cui prima serie si è conclusa venerdì su Italia Uno. Certamente, la serie non è all'altezza di quella originale, ma viene da chiedersi perché. In fondo, i casi sono anche più complessi e intriganti dell'altra (penso a ad esempio alla puntata del vampiro della spiaggia, quello che morde le studentesse ubriache e le stupra), inoltre il livello di gore è davvero alto per la prima serata. E anche David Caruso è un ottimo attore, come dimostra "King of NY" di Ferrara. E dunque? Forse si è esagerato in positivismo, intendo dire che la macchina del ragionamento schiaccia i personaggi, la scienza li divora. Al contrario del capostipite, dove il personaggio di William Petersen è - come sostiene l'amico Simone Bedetti - il Daupin di Edgar Allan Poe, e riassume l'illuminismo nel suo Io in un contesto tenebroso. Sono entrambe serie ossessive, nel senso di fobiche del disordine e dell'amoralità. Forse, quindi, di destra. Eppure (per me si tratta di un eppure) interessanti. Infine, un saluto di bentornato a "Law & Order: Criminal Intent", che sa tanto di serie B della new wave seriale ma funziona piuttosto bene, è densa, fortemente dialogata, e migliore - per me - di "Special Victims Unit". Sarà forse merito di Vincent D'Onofrio, il buon vecchio Palla-Di-Lardo.di menarini at 22:04:19
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