29/02/2004
Pesci surrealisti
Pubblico di seguito una parte della mia scheda (da leggersi integralmente invece su www.cineweb-er.com, link Fice) su Burton, e sul suo ottimo film. “Big Fish”, a parte qualche incursione nella realtà (che vale forse come concessione al patetismo hollywoodiano) è un radicale fuoco di fila di immagini fiabesche e racconti surreali, di fiabe nordiche e materiali circensi, di citazioni cinefile (“Freaks”, “Otto e mezzo”, “La maschera del demonio”, e molti altri) e situazioni fantastiche. Chi lamenta l’eclisse del mondo dark, gotico e scheletrico del Burton di “Batman” e “Sleppy Hollow” ricorda forse male l’unverso pop di “Beetlejuice”, i quartieri di sole plastificato di “Edward mani di forbice” o il bianco e nero surreale di “Ed Wood”. Burton, insomma, non è mai stato uguale a se stesso, e questa volta ha sfiorato il film più onirico della sua carriera: gli incredibili viaggi di Bloom ci portano a un cinema primitivo e stupefacente, a Méliès e alla fantasmagoria, fino alle fonti più pure della storia dell’immagine cinematografica. Qualche lacrima di troppo? Forse. Eppure, questo Burton che fa per una volta dialogare il mondo degli esclusi (quello dei sognatori, dei cantastorie, dei nani e dei giganti, dei mostri buoni e dei lupi mannari giocosi) con il mondo dei regolari dà prova di maturità e di crescita. Alla sua compagna di vita, Helena Bonham Carter, il cineasta di Burbank ha riservato non a caso il ruolo più doloroso, quello di una donna sola, innamorata delusa, e forse strega immortale, cuore nero di un film pieno d’amore per la fantasia (al potere).23/02/2004
Scary?
Peccato. "Scary Movie 3" non è quello che speravamo. I tempi del miglior Zucker (e dei ZAZ) sono finiti e anche capolavori come "Baseketball" sembrano lontani. Apprezziamo, certo, l'attenzione più linguistica che escrementizia al comico, ma il ritmo è letargico e bisogna mettersi ad aspettare con grande pazienza gag che arrivano col contagocce. Il problema è che la destrutturazione ormai non morde più le convenzioni (basti ricordare il gioco sui primi piani del telefono di "Top secret" o le soggettive di "La pallottola spuntata") ma solo le narrazioni hollywoodiane. L'ossessione di "Signs" è francamente sproporzionata all'importanza, media, del film, e anche la buona idea di incorciare le trame - dimostrando così che Hollywood oggi non è altro che una enorme macchina fotocopiatrice modulare -, è insistita. Si aggiunga che Charlie Sheen è ormai cotto, e forse troppo impeniserito dai consumi di droga e dalle orgette con le squillo d'alto bordo anche solo per muovere gli occhi. Peccato, dicevo, perché la parodia è comunque il sale della vita.18/02/2004
Montagne troppo fredde
Bene, un po' di dispacci. "Cold Mountain" è un film tetro e indeciso, troppo freddo per il melodramma e troppo insicuro per perseguire la strada della rappresentazione nera della storia. Il mondo di affamati e straccioni, di assassini e tagliagole di Minghella non va da nessuna parte, e la visione sociale è priva di nerbo come quella spettacolare. Inoltre, dirige gli attori come una filodrammatica. Solo i parenti di René Zellweger e i membri dell'Academy possono averla applaudita: urla, tiene la faccia imbronciata, sembra la Litizzetto nei momenti di parodia più selvaggia. Per il resto si svela per quel che è: una donna indesiderabile e mocciosa, completamente priva di fascino. "Primo amore", invece, conferma Garrone a buon livello. Ne ho scritto bene su www.cineweb-er.com (link fice). "Mobbing" funziona nel modello di escalation, ovvero lo strangolamento progressivo della Braschi, il resto è retorico. Comunque Francesca Comencini non è la sorella giusta da lanciare dalla torre. Punto.15/02/2004
Woo, il mélo e le seconde occasioni
Come si poteva prevedere, tutto quello che è stato scritto in questi giorni su "Paycheck" è carta straccia. Si tratta di un film accecante, in tutti i sensi, nascosto dietro a una lunga serie di botole nascoste. Prima c'è la storia di fantascienza - tra l'altro molto bella, non solo grazie a Dick -, poi c'è il lato "styilish action" per i fans di Woo (con un paio di inseguimenti ben riusciti e la solita, doviziosa cura nella formalizzazione dello spazio disorganico); infine, ben dietro a tutto, ma impossibile a non vedersi per i più sensibili, il melodramma. E' curioso come Woo rilegga Hitchcock, citato una decina di volte durante la pellicola, come melodrammista. Ne esce una prassi hitchcockiana lontana e speculare a quella di De Palma, che ne duplica e rimodula il sistema strutturale e visivo. Ecco dunque che il nocciolo che conta è, in questa storia fantaspionistica girata con spirito alla Frankhenheimer (come già "Face/Off"), la cancellazione della memoria. Essa serve sia a stimolare la trama thriller, sia a riflettere sui termini emozionali. Bellissima l'idea che - a fronte di qualsiasi cancellazione - la memoria remota resti vibratile grazie alla classiche madeleine proustiane. E meravigliosa la disperazione di Uma Thurman quando capisce che il suo innamorato, avendo perso la memoria degli ultimi 3 anni, non si ricorda più di lei. Eppure, l'amore trionfa, per predestinazione, per corrispondenza di sensi, per affinità elettive. E Uma ricorda a Ben (Affleck): "Una volta sei venuto da me, dopo aver visto nella macchina del futuro, e mi hai chiesto se mi sarei mai innamorata di te sapendo in anticipo che sarebbe finita; e io ti ho risposto che comunque mai avrei rinunciato al tempo passato insieme, perché è stato indimenticabile". "Paycheck" si trasforma così in un thriller delle prove d'amore, in un trionfo delle seconde occasioni anche quando tutto sembra congiurare contro la coppia, in un progetto folle che il protagonista mette in atto - prima ancora che per salvare il mondo - per poter perdere la memoria ed essere sicuro di ritrovare la sua metà. Più melodrammatico di così.11/02/2004
Nicholson, Bova e poco altro
In attesa di vedere "Le barzellette" (e decidere se ha ragione Giusti sul Manifesto a definirlo un difficile esperimento narrativo sulle forme spezzate del racconto), mi sono concesso "Tutto può succedere" con Nicholson e la Keaton. Devo dire che la prima parte del film è davvero interessante. L'ingresso di Nicholson nella villa, l'enunciazione di verità scomode quanto ineluttabili (gli uomini anziani sono interessanti per le donne più giovani, mentre il contrario non accade), il duetto con la Keaton appartengono un po' a una buona commedia di oggi un po' a un gioco, a volte commovente, sul passato (come quando compiaiono le foto da giovane di Diane, allampanata e bellissima). Poi il film si sclerotizza, poiché deve farci credere che Jack preferisce Diane a Amanda Peet, e qui con qualche sforzo ci si può riuscire, ma soprattutto che Keanu Reeves sia interessato a Diane e che lei faccia la difficile. C'è un limite a tutto, gli sceneggiatori dovrebbero saperlo. Il film poi si dilunga ma c'è in ogni caso un interessante lavoro sulla carriera dei due protagonisti, che il pubblico conosce e perciò giocano sul loro passato.
Intanto in tv è passato "Ultimo - L'inflitrato", la nuova avventura del carabiniere interpretato da Bova. Si conferma he Michele Soavi è l'unico regista in grado di rendere potabile la serialità italiana. Ancora una volta un thriller teso, che sfrutta l'affascinante tema dell'infiltrato, e che usa un bel po' di facce forti tra i comprimari e i personaggi dei mafiosi. Non è "Uno Bianca" - la vetta delle fiction soaviane - ma non c'è male...