28/03/2004

L'attrazione delle regole

Rieccomi. Tornato dalla faticosa due-settimane, rientro in sala. Il film migliore in circolazione è senza dubbio "Le regole dell'attrazione". Un piacere; primo: non ci eravamo sbagliati su Avary, "Killing Zoe" era tremendamente bello (di un cormanismo lento e fosco), e lo è anche il film tratto da Ellis. Secondo: Ellis è uno dei maggiori scrittori viventi, "Rules" è il suo romanzo più segreto, più oscuro, ma quello anche più romantico, in fondo, quello più disperato, quello in cui sta più vicino ai suoi protagonisti. Avary lo ha capito e ha optato per un college-movie critico, analitico, dove le equivalenze testuali (il viaggio di Victor in Europa al participio passato sincopato nel romanzo qui diventa un subliminale collage video-digitale; o i riavvolgimenti del punto di vista o gli split screen), sono meno importanti del congegno di amori delusi e frustrati, in fondo innocenti, che scorrono sotto vizi e abusi. Ne esce un'opera cupa e immaginifica, un trionfo dei sentimenti non corrisposti, delle protezioni non concesse, delle fragilità calpestate. Un piccolo capolavoro. Pare che l'edizione italiana sia tagliata, quindi ne sconsiglio la visione in attesa del DVD. Comunque, il lato splatter e porno di Ellis viene certamente messo in sordina, ma chi se ne lamenta non comprende che i motivi grafici dei suoi romanzi hanno bisogno della parola, che il sangue per lui è "catalogico" e descrittivo, altrimenti non funziona. E al cinema non funzionerebbe. Ora vediamo che cosa Avary farà di Ellis, visto che ne sta diventando l'adattatore ufficiale. Con "Glamourama" sarà dura: per me è il più estremo delirio organizzato che la letteratura contemporanea abbia offerto, una macchina della sperimentazione "romance" e un incubo di 500 pagine. In qualche modo simile a "La trilogia della città di K" - in tutt'altro contesto - ma pur sempre al limite supremo del vero/falso senza mediazioni o carezzevoli riflessioni accessibili. Un parola infine per "Gothika", giusto una: orrendo.

di menarini at 09:42:32 7 Commenti

14/03/2004

Convegni e saluti

Cari lettori, segnalo che mi congedo per una decina di giorni dal mio blog, poiché gli impegni di lavoro mi portano prima al Convegno Internazionale di Udine (dove quest'anno si studiano "I 5 sensi del cinema", tattilità, olfatto, etc. con proiezione di "Polyester" in odorama e altro ancora) e poi alla Spring School di Gradisca (sulle Versioni Multiple e sui rapporti tra cinema e altri media); in entrambi i casi (www.uniud.it/udineconference/)  trovo nel progetto e nell'organizzazione, per cui temo non avrò tempo se non per dormire qualche ora la notte. Mi preme tuttavia ricordare che ho fatto in tempo a vedere Jim Jarmusch ("Coffeee and Cigarettes", dolce cri du coeur sulle pause della vita e su ciò che si deve rifiutare nel mondo del terrore e della proibizione, con la presenza intrigante della memoria di Tesla, anzi "dei" Tesla), e "Along Came Polly", sottile come carta velina ma divertente, soprattutto per Ben Stiller, ormai monumento della comicità manhattaniana, e nuovo corpo ibrido dello shlemiel ebraico che fonde Woody Allen al demenziale escrementizio dei giorni nostri. Peccato che i trailer abbiano davvero già il meglio del film. A presto (ai lettori friulani o ai cinefili convinti, la raccomandazione di fare un salto nel regno dei cinque sensi).
di menarini at 09:48:37 Commenta:

11/03/2004

Western-s

Pagina obbligata e d'onore per Kevin Costner. Già al decimo minuto di film i dubbi sono fugati. "Open Range" è un grande western, che lavora su oggetti minimi e una storia ridotta all'osso per riempirli di cinema. Il gesto neoclassico è finalmente depurato da ogni autoindulgenza cinefila e garantisce una profondità senza fine. Il personaggio di Costner - ispirato in qualche momento ai personaggi meditabondi e psicanalitici di Mann ("Dove la terra scotta") è invece un raro esempio di killer fragile, di pistolero refrattario, di cowboy duro ma dai lati femminei (non effemminati, chiaramente). Il vecchio Boss di Duvall, a sua volta, esce sia dai codici d'onore miliusiani che dalla violenza peckinpahiana e mostra l'umanità della violenza - se ciò è possibile - dentro la fondazione della società americana. Aggiungiamo una delle sparatoire più belle del western moderno e una storia d'amore giocata superbamente sulla timidezza e la reticenza (Annette Bening è sempre più bella), e abbiamo un piccolo capolavoro. Meno riuscito, ma western letterario anch'esso, è "Jeepers Creepers 2" che non ritrova la vena del primo episodio ma si conferma horror atipico dalla dimensione riflessiva e seria. Come scrive giustamente Rumore - e come non capisce Maiello su "Musica" - il film è un Moby Dick della strada di provincia e un dramma della natura americana.

di menarini at 17:27:12 3 Commenti

07/03/2004

Provincia e provinciali

Non so ancora esattamente che cosa pensare di "Agata e la tempesta". Mi sembra che sia un film con materiali migliori e più interessanti di quelli di "Pane e tulipani" ma infinitamente meno ispirato. Ha un'aria frantumata, che alle volte è la sua forza e alle volte lo seppellisce in un torpore irragionevole. Soldini riesce bene nelle singole gag (è un ottimo cineatsa comico puro, ma fa finta di non saperlo), inventa senza fine episodi e situazioni ma annega tutto in una forma di surreale conciliatorio evidentemente ispirato al precedente film, di cui mantiene il team di protagonisti. L'impressione è che di questo film non ci si ricorderà a lungo, anche se il talento del cineasta è fuori discussione. Imbarazzante, comunque, il modello kaurismakiano, come in "Pane e tulipani": il west padano è come il west finlandese e colori e musica provengono da lì. Peccato che Solfrizzi e Santamaria non possano essere né Pellonpaa né Buster Keaton. Peggio comunque Verdone, il vero Anzianotti del nostro cinema. Ancora cellulari che squillano in momenti poco opportuni, ancora il cinquantenne che ama il rock anni Sessanta, ancora la coppia borghese in crisi, ancora la Rocca, ancora gli adolescenti da amare di più, ancora le facce e le faccette di un volto imbolsito che non fa più ridere, ancora quella regia sciatta e dignitosa per cui non lo odi ma dovresti, ancora un cinema che si accontenta in maniera spudorata del suo compitino e del suo provincialismo coatto.

di menarini at 09:36:35 3 Commenti

04/03/2004

Battito d'ali

"Butterfly Effect" è un film curioso. Anzitutto, sembra proprio che quella della memoria sia diventata una mania dell'epoca contemporanea. Dopo "Memento", "Novo", "Nemo", "Paycheck", e in attesa di "Eternal Sunshine" o "50 dates", tutti sul tema della cancellazione e del recupero dei propri file mnemonici, il film con il tontissimo Ashton Kutchner spara in tutte le direzioni in cui può. Comincia come un inquietante (e molto) racconto di formazione violenta, in mezzo a psicosi, depressione (sociale) e pedofilia, non lontano dalle atmosfere del bel "Frailty", poi si getta sul fantastico parapsicologico con l'idea che il flash-back del proprio rimosso possa servire a cambiare il corso della vita. Grazie al trucchetto, Ivan - il protagonista - scampa a vari futuri cupi, tra cui quello detestabilissimo di essere stuprato da alcuni nazisti bianchi dentro una prigione ad alta sicurezza (sic), ma scopre che ogni volta - da una parte o dall'altra - le cose vanno di peste e soprattutto che la sua amata è sempre infelice (o morta), comunque vada. Bene, a parte tutte le sciocchezze, i buchi di trama, le assurdità assortite, il film ha un suo perché, una sua energia rozza, un "punch" che si lascia apprezzare nel sensazionalismo di cui è comunque impregnato. Bella inoltre l'idea che per salvare la donna che ama fin da bambina, il protagonista non possa fare altro che andarsene e lasciarle vivere la sua vita senza di lui. Unico gesto possibile: l'assenza.

di menarini at 20:15:29 5 Commenti