26/05/2004

Hero/Zero

Come previsto, "Troy" è molto brutto. Non è più ridicolo di tanti altri film anni Sessanta su Roma e sulla mitologia - questa è una cosa che gli italiani hanno sempre saputo fare meglio, nel senso che "Ursus" è superiore a "Quo Vadis", e così via -, ma si fa fatica a dimenticare il set e a non pensare a tutti questi attori - tra cui un O'Toole clamorosamente liftato intorno agli occhi - che corricchiano vestiti di plastica con i ventilatori che li rinfrescano fuori quadro. Inoltre, la disinvoltura nei confronti di Omero e della mitologia un qualche fastidio lo procura. Io sono per solito molto disincantato, nel senso che me ne frego altamente della verosimiglianza storica del "Gladiatore" o di altri film,perché è fantascienza e non pedagogia. In questo caso, però, modificare personaggi ed eventi (vedi Achille/Briseide, morte di Priamo, di Agamennone e altro ancora) evidenzia una volgarità senza fondo, come a dire che Omero - che viene convocato a Hollywood proprio per recare con sé la mitologia in un immaginario che non sa più costruirne di nuova - è insufficiente e va "corretto". In peggio. La mescolanza tra attori shakespeariani e divi americani - tra cui il buon Brad Pitt, purtroppo un attore di mediocherrima levatura come sempre -, è letale, e la regia controllata e bolsa di Petersen serve a tenere insieme i fans degli Anelli e i vecchi ammiratori di "Cleopatra". Insomma, questo è un cinema che non abbiamo voglia di vedere. "I diari della motocicletta" è sicuramente più sentito e appassionante, anche se si poteva cercare un qualche equilibrio in più di fronte a Guevara, raffigurato come Cristo e privo di qualsiasi difetto. Ciò rischia di trascinarlo fuori dalla storia e dentro la religione laica, il che disperderebbe totalmente il senso dell'operazione. Del resto, lode a Redford e al suo coraggio di produttore, al nostro Minà per essere stato il motore dell'operazione, a Scola che ci ha messo lo zampino. Salles, invece, è un regista medio e lo si era già visto. Certo, Glauber Rocha, Ruy Guerra, Getino, Solanas e compagnia erano altra cosa (e il festival di Torino omaggerà Sganzerla, grande).
di menarini at 08:46:36 11 Commenti

24/05/2004

Dumont e du monde

Quanto sono preziosi film come "29 Palms". Ti fanno capire, à rebours, tutto quello che ancora ti chiedevi su un regista: è un genio o un cretino? C'è qualcosa sotto o è solo chiasso? Il tipo ha davvero una qualche forma di energia o è tutta aria? Ora è chiaro. Bruno Dumont è il niente. Nessuno, infatti, può girare un film come "29 Palms" senza essere, nei reconditi recessi dell'animo, un ignorante e un incapace. E nessuno che abbia girato "29 Palms" può girare buoni film. Per cui, alla luce di ciò, sia "Vie de Jésus" - che infatti puzzava di falso -, sia "L'humanité" - con i suoi pur apprezzabili momenti contemplativi -, adesso si confermano delle vere sciocchezze. Qui appare flagrante l'incapacità di filmare il sesso e la morte, il che - al'interno di un film su eros e thanatos - lascia stupefatti. Antonioni, Boorman e Wenders come stelle guida possono anche andare, ma qui manca persino l'ambizione elettrizzante dello studentello. C'è anzi una tronfia vacuità che dovrebbe risarcrici delle due ore di niente dei due protagonisti. Devo dire che da tempo non vedevo il paesaggio americano così opaco e incapace di significare, da tempo non mi capitava uno sguardo così ottuso sul mondo, e da tempo non incappavo in un finale così infingardo e ipocrita. Ero uscito da "Phone" perplesso e deluso (non potrebbero distribuire i coreani veri, quelli belli?), ma è sempre dieci volte meglio di questa pellicola sprecata che distrugge il cinema d'autore nel momento stesso in cui lo pratica. (Ma gli attori scopano davvero? Sì. E chi se ne importa?)
di menarini at 14:17:54 7 Commenti

21/05/2004

Fatto (e da farsi) 2

Scusate se aggiungo una puntata al precedente post, ma poi torno al monologo socratico. Dunque: visto "Fame chimica" (incerto, irritante ma tosto, da cader le braccia a momenti, poi di nuovo autentico e così via. ma perché Zulu non si leva dalle balle?); visto "La spettatrice", un po' engagé ma non terribile; visto "Certi bambini", che non ha una grande energia, ma - come dire - almeno va fino in fondo (e trovare un incipit così, con la suspense dell'attraversamento, non è davvero cosa comune); messi in ghiaccio il Che e Achille, per inizio settimana; uscito "La congiura degli hitchcockiani", raccolta di saggi su Hitch per la collana Light che dirigo (editore Falsopiano); uscito anche "Segnocinema", con speciale sulla parodia, e mio saggio sul demenziale; saltata la puntata di "Patchanka" sul cinema (Radio Popolare) perché Mauro Gervasini è a Cannes e giustamente è meglio sapere che sta succedendo laggiù (ma ritorno come ogni giovedì, il 27 alle 14.35); preso treni su treni; stato a Genova, che adesso è proprio splendida e maggio è il suo mese, peccato perché dovevo lavorare e poi sono ripartito; visto infine Beautiful, con il primo piano di Brooke sconvolta: di chi sarà il bambino? (ma via, lo sappiamo tutti...)
di menarini at 18:54:13 2 Commenti

15/05/2004

Fatto

Passati alcuni giorni vivi. Letto il libro di Amelio sul cinema (Einaudi), pieno di idee e di paradossi che non mi aspettavo o non del tutto da lui. Ricevuto il monumentale volume di Barbara Grespi su Hawks (Le Mani), sfogliato e ancora da scandagliare, ma ottimo. Trascorso due giorni a Gorizia con Goffredo Fofi e Altan a chiacchierare di cinema, letteratura e fumetto, con piacere (dei testi, e dei presenti, e mio). Letti tutti d'un fiato i pezzi presenti su www.cinemi.it, rivista online di cinefilia ragionata con penne forti della critica italiana (tra cui Pezzotta, Pitassio, Censi, solo per citare gli amici). Mangiato molto bene. Ascoltato stralcio del nuovo Beastie Boys, convincente con un sospetto di maniera. Ossessionato dal ritornello di "My Band" dei D12. Programmato di vedere stasera a Bologna i grandi Fantomas (in attesa del libro "su" Fantomas al cinema curato da Monica Dall'Asta). Recuperato il bruttissimo "Tu mi ami" di Kollek (è impazzito?) con Audrey Tautou, e sbadigliato di fronte a "Autoreverse" di Klapisch, troppo cinico e studiato per arrivare a un'unghia di Melville. Visto il video della decapitazione (era meglio di no). Comunicato al mondo il nome da dare a mia figlia, che nasce a luglio. Alice. E' tutto, per ora.
di menarini at 15:12:52 22 Commenti

13/05/2004

Fanta cifre

Due film di fantascienza low cost. "Cypher" e "Code 46". A che fantascienza appartengono? Si sarebbe detto, una volta, fantascienza "sociale" o "politica", oggi è "intimista". Comunque sia, il film di Natali (il cui "Cube" era interessante ma stiracchiato) è un aggiornamento di note tematiche letterarie cyberpunk. Quello di Winterbottom sembra un po' wendersiano (futuro stile "Fino alla fine del mondo") ma tutto sommato sempre allo stesso immaginario fa riferimento: multinazionali, futuro inospitale, agglomerati urbani e classi sociali ben distinte, possibilità di manipolare la memoria umana come si fa con i repertori informatici. Chi conosce la letteratura sa che questa roba è vecchia, e non lo è nemmeno nel senso nostalgico e dolcemente inattuale di "Paycheck". Quel che stupisce è la perserveranza nel fare film sui memento, ciò che bisognerebbe ricordare e ciò che non si riesce, ciò che vorremmo dimenticare e che invece ritorna, anche come fantasma. In tal senso, "Cypher" si conclude con il più facile dei colpi di scena (sai chi sei?), mentre "Codice 46" torna sull'argomento di "Paycheck" e del prossimo "Eternal Sunshine" di Gondry (a proposito: quando esce?), ovvero dimenticare di essersi innamorati e ritrovare automaticamente il sentimento grazie alle affinità elettive. Devo dire che l'idea migliore è che alla Morton sia stato inoculato una sorta di virus della paura che la allontana dall'uomo che non deve amare e lei si fa legare per poter fare l'amore con lui. La scena è tuttavia sgradevole, impostata come uno stupro con assenso in forma di romantica concessione, il che mi lascia un po' perplesso sulla sensibilità di Winterbottom, che come noto è un regista che ha la delicatezza di un kamikaze. Comunque, due film su un futuro che promette e impone la serenità, che - come tutti sanno - non è di questo mondo.
di menarini at 10:45:42 2 Commenti

09/05/2004

Telefilm madness

E' insieme paradossale e geniale che ci sia un festival di telefilm, dopo che per anni si è parlato di cinema in tv ora si porta la tv nei cinema. In verità, la scelta è sacrosanta e appartiene a organizzatori sagaci e intelligenti (con la direzione operativa dell'amico Andrea Romeo). Il "telefilm festival" - in una Milano piovosa e tremebonda - è stato (nei giorni in cui c'ero) un appuntamento seguito e appassionante, soprattutto per la competenza dei presenti (è stato divertente assistere a dibattiti pubblici in cui - per una volta - gli spettatori conoscevano tutto di tutto, dal numero di episodi della quinta stagione di una serie alle programmazioni delle reti televisive). Tra le cose belle - di questo periodo magnifico per la serialità televisiva, giustamente chiamata new wave -, "Arrested Development", prodotta da Ron Howard, che dissolve il concetto di sit com in una cosa che sta a metà tra un romanzo di David Foster Wallace e i "Tenenbaum"; "The L Word", con il pilot di 90 minuti diretto da Rose Troche ("Go Fish") dedicato a un circolo di amiche lesbiche (bellissime, da Jennifer Beals a Mia Kirshner, non so se avete capito) nelle luci dorate della California, molto falsa ma anche molto suggestiva (ed esplicita); un mitico episodio di "Queer as Folk", quello del sedicenne e dello sperma; le conferme di "Alias" e "Six Feet Under", e alcune chicche in arrivo. A proposito: "Arrested" comincia la settimana prossima su Fox, mentre il nuovo Fox Life ospiterà "Miss Match" e "Dead Like me" oltre che la quarta di "CSI". Ho poi rivisto con nostalgia "Arcibaldo" e "I Jefferson". Insomma, un divertimento totale, le maratone di telefilm danno un senso, come dire, di cocacola+aspirina (per tutti). Intanto, la nuova serie di "24" (la terza su satellite) sembra un po' inferiore alla seconda. Tempo al tempo, vedremo.
di menarini at 17:50:50 5 Commenti

07/05/2004

Serena sei tutti noi

Perché ha vinto Serena? Ci vorrebbero gli strumenti di Roland Barthes per analizzare i personaggi del GF4, quest'anno particolarmente anonimi ma con una capacità di "persistenza" fuori dal comune. In una puntata finale degna di Wenders (noi che guardiamo i concorrenti che guardano se stessi sullo schermo che mostra lo studio che guarda i concorrenti che si riguardano nuovamente nell'atto di riprendersi da soli con una videocamera: un trattatello sull'immagine, nevvero?), è emerso chiaramente che: 1) Serena, così come Critsina Plevani, vince perché è un'ameba, non ha uno spicchio di personalità, è assolutamente infantile, è ferma alla fase orale dell'esistenza e non riesce a proporsi come essere desiderante se non facendo irrigidire i partner (è come se Yoghi avesse un'erezione, insomma); così si capisce che il 60% del pubblico votante del GF è costituito da amebe, infelici e buoni dentro, che si riconoscono in questa donna fatta di niente, che piange da mane a sera. Essendo io spettatore del GF, è meglio che non giudichi nessuno, dico solo come stanno le cose. (diverso fu per la coattona romana, premiata dalla "base" ostiense, dai tamarri di tutto il mondo e da tutti coloro che esigono l'esistenza dei tamarri per potersene distinguere in senso oppositivo; e da Montrucchio, che fu votato dal pubblico femminile e dai torinisti, e che logicamente è finito a "Centovetrine"); 2) Katia è meravigliosa perché è una di quelle ragazze davvero bruttine (avete notato che somiglia incredibilmente ai personaggi delle vignette di Altan, quelli col naso lungo che spezza il viso rendendolo ottuso?) che riescono - comportandosi da strafighe - a farlo credere anche agli altri. La sua filosofia è husserliana, anche se tra fenomeni e cose concrete per Katia non vi è che una sottile membrana. Il regresso infantile in lei non è in contraddizione con l'elemento sessuale, anche se l'uscita di Ascanio ha determinato una "asilificazione" della casa, dove al posto del sesso (ormai tramontato come forma di comunicazione a causa dell'angelificazione di Patrick) si è assistito a un recupero del gioco fanicullesco (gavettoni, vernici, scherzetti). 3) Patrick, invece, ha giocato una partita estremamente intelligente fin dall'inizio, con una strategia precisa (gli altri avevano solo tatticucce), ovvero mantenere l'aplomb, imporre il proprio ritmo sottotono, un po' meditabondo un po' pacifista, determinare fortissimamente la stabilità del proprio look, palleggiare da fondocampo per conquistare la ribalta, fungere da punto di riferimento per le donne della casa, riuscire tuttavia a non essere un amico troppo devirilizzato per i maschi (di qui Onan, masturbatore per dovere) e arrivare in finale. Si è trattato di una lunga rincorsa (che doveva per forza di cose evitare l'avventura sentimentale, perché in quel modo ti esponi alle reazioni di un'altra persona e non sei più padrone del tuo destino nel GF, e poi non sai mai che cosa il pubblico va a pensare...) che si è infranta contro Serena, che lo ha schiantato grazie alla propria opacità autentica, alla propria esibizione di universalità normotipica. E così, anche GF4 è finito. Peccato che Sky non rimanga, alla Staub o alla Warhol, sull'appartamento vuoto, con una telecamera fissa, come ad affermare la "perduranza" del micromito televisivo. Alla prossima.

di menarini at 09:16:08 17 Commenti