Pesci surrealisti
Pubblico di seguito una parte della mia scheda (da leggersi integralmente invece su
www.cineweb-er.com, link Fice) su Burton, e sul suo ottimo film. “Big Fish”, a parte qualche incursione nella realtà (che vale forse come concessione al patetismo hollywoodiano) è un radicale fuoco di fila di immagini fiabesche e racconti surreali, di fiabe nordiche e materiali circensi, di citazioni cinefile (“Freaks”, “Otto e mezzo”, “La maschera del demonio”, e molti altri) e situazioni fantastiche. Chi lamenta l’eclisse del mondo dark, gotico e scheletrico del Burton di “Batman” e “Sleppy Hollow” ricorda forse male l’unverso pop di “Beetlejuice”, i quartieri di sole plastificato di “Edward mani di forbice” o il bianco e nero surreale di “Ed Wood”. Burton, insomma, non è mai stato uguale a se stesso, e questa volta ha sfiorato il film più onirico della sua carriera: gli incredibili viaggi di Bloom ci portano a un cinema primitivo e stupefacente, a Méliès e alla fantasmagoria, fino alle fonti più pure della storia dell’immagine cinematografica. Qualche lacrima di troppo? Forse. Eppure, questo Burton che fa per una volta dialogare il mondo degli esclusi (quello dei sognatori, dei cantastorie, dei nani e dei giganti, dei mostri buoni e dei lupi mannari giocosi) con il mondo dei regolari dà prova di maturità e di crescita. Alla sua compagna di vita, Helena Bonham Carter, il cineasta di Burbank ha riservato non a caso il ruolo più doloroso, quello di una donna sola, innamorata delusa, e forse strega immortale, cuore nero di un film pieno d’amore per la fantasia (al potere).
di menarini | 29/02/2004