03/04/2004

Questioni di eredità

Un film che si intitola "L'eredità" non ha cinema dentro di sé. Un film che si intitola in maniera sciocca e ipocrita "L'amore ritorna" contiene invece le successioni che servono. Il film di Per Fly - prodotto dalla Zentropa dell'impagabile Lars - interessa senza mai appassionare, apologizza la lotta di classe ma non la sa rappresentare, butta fuori campo i protagonisti veri (la merce umana) e tiene in campo un protagonista, troppo tonto e inattivo anche solo per fungere da esempio della ferocia capitalista. Lo stile semi-dogmatico non ha un grande appiglio, qui, e "Festen", che pure aveva i suoi bei difetti, è lontano mille miglia. Rubini, invece, mi intriga sempre più. E' un gigione, un sentimentale, un annusatore di stili altrui, un ingenuo, d'accordo, però ormai da qualche anno (da "Tutto l'amore che c'è", direi) mostra un po' di viscere, mescola un cinema misterico con una messa in scena potente, sa raccontare e lo fa con energia. La Puglia magica diventa luogo meno abusato di quel che si sospetta, e anche "L'amore ritorna" si incunea tra omaggio felliniano ("Otto e mezzo", ça va sans dire) e autobiografia debordante con grande intelligenza. La prima mezz'ora difficile e misteriosa è ciò che il cinema italiano medio-borghese non sa fare. Poi si incarta anche, ma funziona. Il tramite con Fellini è mediato: Rubini è Bentivoglio che è Mastroianni che era Fellini. E Rubini ne esce vivo. Complimenti. di menarini | 03/04/2004
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