Sangue vivo
Quel che stupisce di "L'odore del sangue" è il prosciugamento dell'esterno, la capacità di concentrare la storia sulla vita emotiva dei personaggi. Uno spazio che via via si polverizza, anche quando apparentemente si aprono le strade romane o le isole di follia. Martone è chiaramente il più colto dei nostri registi, e la sua lettura di Parise è semplicemente eccezionale. Finalmente un film italiano che tiene testa alle nouvelles nouvelles vagues francesi, del calibro di Assayas o Kahn, fuori dalle retoriche famigliari medio borghesi. Il dialogo analitico, anche quando si fa scurrile, diventa allora magnifico, a meno di interpretarvi il ridicolo, e allora pace. Eppure, credo che trovare ridicolo Martone porti anche a trovare ridicolo molto del cinema letterario nel senso più ibrido del termine. Antonioni compare in forma di nuvola, come un modello che non si può fare altro che evocare, poiché ha sancito e formalizzato l'analisi poetica del sentimento nel cinema italiano. La Ardant congela le passioni truffautiane e le ricolloca in un quadro diverso, fatto di lieve disperazione anagrafica (anche se lei è magnifica), di tramonto inesorabile. Un film che affronta l'infelicità umana senza offrire spiegazioni di sorta al perché succede è raro, e per farlo basta a Martone lo stile ruvido e desaturato che gli conosciamo. E comunque l'incipit - commentato da De Andrè - è quanto di meglio (3 minuti 3) il cinema italiano abbia fatto da anni. "L'odore del sangue" è cinema tanto quanto "A/R" è un talk show di Italia 1. Ponti rattrista chiunque, ma basta alzarsi dalla sala non appena uno dei personaggi tarantineggia sul fumetto di Superman. Essere alla frutta deve suonare più o meno così.
di menarini | 04/04/2004