Kill Bill Again
Sorpresa e fulgore. Tarantino sa rilanciare sempre e comunque, il che è straordinario. "Kill Bill Vol. 2" è un film eccezionale per profondità e commozione, e compone insieme al numero uno un capolavoro del cinema contemporaneo, proprio nel momento della necessità, di fronte a un cinema americano istupidito e inerte. Meno spettacolare del primo, "Kill Bill 2" è comunque - come scrive un ritrovato e pimpante Nepoti su "Repubblica" - un capo d'opera furioso, lirico e struggente, dove il melodramma si impossessa dell'impeto violento e cinematico del primo episodio per finire direttamente laddove Tarantino voleva arrivare, l'opera lirica e il trionfo cinemusicale. E' da tanto tempo - forse da qualche Coen o qualche Scorsese - che non vedevo un cineasta così puro, in grado di trascinare lo spettatore dove vuole, di intercettare così tanti stimoli culturali e cultuali, di imprimere così numerose accelerazioni e decelerazioni a un racconto, di inventare, inventare e inventare dentro un congegno narrativo e stilistico instancabile. Trionfo del cinema, dunque, dentro una visione squisitamente schermica e pulsionale dell'opera, quale certo non ci si aspetterebbe da un videofago e postmodernista, eppure così è. Ripeto e mi ripeto: Tarantino è in tutto e per tutto un godardiano, e il suo gesto è nouvelle vague proiettata ai giorni nostri. Solo dopo, si fa strada un intera costellazione del cinema d'azione, del cinema di serie B, e del cinema exotico e artigianale. Il fatto è che questo cinema (da Corbucci a Hark, da Leone a Cheh, dai Bond movies alla blaxloitation, etc. etc.) non viene convocato tanto per trovarsi fra quattro amici a esaltarsi per "Le cinque dita della violenza", bensì in virtù di una enorme energia che esso propaga. Come a dire che Tarantino saccheggia un intero modus cinemandi che egli sceglie, colloca e estrae, poiché è lui - fuor di occhiatina cinefila - a riconoscervi la vitalità e la purezza di forme, l'esaltazione e la forza un po' selvaggia. "Kill Bill" fonde il tutto e lo illumina di potere operistico (quello appartenente a noi italiani, che Quentin indovina incredibilmente, come fosse un filologo dei generi: è il pathos di Leone e Argento, della modernità dei generi, degli autori a colori e sangue). Penso e spero (ma dubito) che il secondo capitolo convinca tutti dell'enormità di questo film, secondo solo a "Pulp Fiction" nella filmografia tarantinaina. Il nitore stilistico regala primi piani sublimi a Uma (quello con gli occhi saettanti in un volto di fango è eccezionale), e i dialoghi prolissi sono davvero interessanti.Anche la scelta di imitare Zhang Cheh nelle sequenze di allenamento di Uma col maestro, o la citazione cormaniana della sepolta viva, possono irritare ma non lo fanno, perché si respira - e questo, in fondo, è quel che conta - quella stessa libertà che si ammira in Godard e nel cinema degli anni Sessanta e Settanta. Tanta consapevolezza in più, tanta ironia dissacrante, tuttavia un desiderio pulsante di espressione, di indipendenza creativa proprio nel gesto da plagiario (geniale) e da jazzista del già detto.
di menarini | 24/04/2004