Dumont e du monde
Quanto sono preziosi film come "29 Palms". Ti fanno capire, à rebours, tutto quello che ancora ti chiedevi su un regista: è un genio o un cretino? C'è qualcosa sotto o è solo chiasso? Il tipo ha davvero una qualche forma di energia o è tutta aria? Ora è chiaro. Bruno Dumont è il niente. Nessuno, infatti, può girare un film come "29 Palms" senza essere, nei reconditi recessi dell'animo, un ignorante e un incapace. E nessuno che abbia girato "29 Palms" può girare buoni film. Per cui, alla luce di ciò, sia "Vie de Jésus" - che infatti puzzava di falso -, sia "L'humanité" - con i suoi pur apprezzabili momenti contemplativi -, adesso si confermano delle vere sciocchezze. Qui appare flagrante l'incapacità di filmare il sesso e la morte, il che - al'interno di un film su eros e thanatos - lascia stupefatti. Antonioni, Boorman e Wenders come stelle guida possono anche andare, ma qui manca persino l'ambizione elettrizzante dello studentello. C'è anzi una tronfia vacuità che dovrebbe risarcrici delle due ore di niente dei due protagonisti. Devo dire che da tempo non vedevo il paesaggio americano così opaco e incapace di significare, da tempo non mi capitava uno sguardo così ottuso sul mondo, e da tempo non incappavo in un finale così infingardo e ipocrita. Ero uscito da "Phone" perplesso e deluso (non potrebbero distribuire i coreani veri, quelli belli?), ma è sempre dieci volte meglio di questa pellicola sprecata che distrugge il cinema d'autore nel momento stesso in cui lo pratica. (Ma gli attori scopano davvero? Sì. E chi se ne importa?)
di menarini | 24/05/2004