13/06/2004

Coen & Coen

Dopo tutte le perplessità lette da Cannes, questo "Ladykillers" è certamente meglio di quanto mi aspettassi. Mi sembra ingeneroso trattarlo male, anche se poi - con tutta onestà - bisogna dire che è la seconda "vacanza" d'autore che i Coen si prendono. Quello con Clooney e questo sono film di superficie, estremamente densi, ancora una volta punteggiati di elementi di sicuro interesse (qui il gotico del sud, Poe, lo slapstick, il remake che migliora l'originale), ma lontani probabilmente dalle vette di "Lebowski", "Fargo" o "L'uomo che non c'era". Il film è piacevole, intelligente, ricchissimo, un po' asfittico, ma con momenti esilaranti (il match di football in soggettiva su tutti). La trasformazione "ai danni" dell'originale è tutta in attivo, e fa pensare a quanti film della Ealing di quegli anni si potrebbero migliorare. Vediamo che cosa succederà ora, anche perché queste scappatelle con divi al botteghino Usa sono andate malissimo. I Coen dovranno riflettere, come hanno detto. A noi, che del successo ce ne infischiamo, interessa dire che "Ladykillers" va visto senza dubbio, anche se è un film minore. Non c'è nè da fasciarsi la testa (perché la qualità è alta) nè da urlare rabbiosamente al capolavoro pur di difenderli da chissà chi. Una battuta anche per "Primavera, estate..." di Kim Ki-Duk (di cui avevo visto "L'isola", ottimo, "Adress Unknown", interessante, "Bad Guy", molto coinvolgente): sembra all'inizio un film da festival un po' zuccherato e da esportazione, poi diventa davvero affascinante, una fiaba buddista aspra e carnale, quindi in controtendenza rispetto al cinema orientale da mostra. Ki-Duk è davvero un regista importante, e per una volta il cinema coreano viene distribuito. Piacerebbe che fosse solo l'inizio. di menarini | 13/06/2004
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