Tulse Luper
E' difficile riuscire a prendere una posizione netta su "Le valigie di Tulse Luper". Voglio dire: è passato ormai il tempo nel quale ci si sentiva in colpa a parlare male di Greenaway. Ma è passato anche il tempo in cui si doveva parlare male di Greenaway a tutti i costi. Però mi sembra evidente che questo artista è in parabola discendente. Quel che aveva intuito lo ha ormai sorpassato, a cominciare dall'abbattimento intermediale di tutte le arti a proseguire con lo sperimentalismo narrativo intorno al Novecento e alla sua postmodernità. Con tutto questo "Tulse Luper" non è da buttare via, anzi. E' pieno di suggestioni, teorie, paradossi, elementi di interesse intellettuale, e, riuscendo a rimanere svegli, qualcosa rimane. Purtroppo ciò che forse i cinefili non amano - forse anche io, a dire la verità - è quella sensazione che il cinema non c'entri nulla, che lo schermo sia solo un oggetto di deposito dell'arte greenawayana, che ogni tecnica superi un'estetica. Il che andrebbe bene, se non fosse che l'opera di Greenaway, nel suo complesso, è teatro, sempre teatro, niente altro che teatro. E' quello il mezzo espressivo che contiene tutti gli altri, a prescindere dal supporto scelto. E anche "Tulse Luper" è teatro + cinema più Internet + romanzo + pittura, ma al primo posto sta il teatro. E' ciò che lo distingue da von Trier, una volta di più. Comunque, per concludere, "Tulse Luper" è il contrario di "Kill Bill". In Tarantino è tutto cinema, è solo cinema, è pura forma e pura superficie cinematica. In Greenaway non c'è cinema, è niente cinema, è pura profondità anti-cinematica. Forse è interessante per questa lontananza siderale...
di menarini | 24/01/2004